Luis Sepúlveda: lo scrittore nomade dalle mille vite

Ha scosso il mondo della letteratura, e non solo, la morte di Luis Sepúlveda. A fine febbraio aveva contratto il Coronavirus ed era stato immediatamente ricoverato presso l’ospedale di Oviedo, ma lo scrittore cileno ha perso la sua battaglia il 16 aprile scorso. Aveva 70 anni.

Una vita intera all’insegna delle lotte e dell’arte della parola; un’anima gentile in grado di emozionare milioni di persone con le sue opere, custodita dalla corazza dell’uomo rivoluzionario pronto a battersi per i diritti dell’essere umano e dell’ambiente.
Oggi, in occasione della giornata mondiale del libro, La Môme prova a esplorare il suo vissuto con la certezza che mai si potranno cogliere fino in fondo le sfumature della sua multiforme esistenza.

 

I primi anni e l’incontro con la scrittura

Luis Sepúlveda Calfucura nasce a Ovalle (Cile) il 4 ottobre del 1949. Fin da piccolo respira l’energica aria anarchica crescendo a Valparaìso insieme allo zio Pepe e al nonno andaluso Gerardo Sepúlveda Tapia, fuggito in America del Sud dopo essere stato condannato a morte.

 

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L’amore per la letteratura sboccia prestissimo. Per molti, è l’incontro con la ‘ragazza dei suoi sogni’, avvenuto a soli 13 anni, la vera scintilla che accende la passione per la poesia e per autori come Lorca, Machado e Mistral. Di sicuro è tra i banchi di scuola che il giovane Sepúlveda inizia a cimentarsi con la parola scritta. Qui, infatti, si iscrive alla Gioventù comunista e diviene redattore del quotidiano Clarìn.
Con il suo primo lavoro Crònicas de Pedro Nadie, vince il Premio Casa de las Americas a soli vent’anni. Successivamente riesce ad ottenere una borsa di studio per corsi di drammaturgia della durata di cinque anni, presso l’Università Lomonosov di Mosca.
Qui, rimane solo quattro mesi. A causa della relazione con una professoressa, viene espulso con l’accusa di ‘atteggiamenti contrari alla morale pubblica’ e rispedito a casa.
Il ritorno in Cile, però, è burrascoso: litiga con il padre e viene allontanato dalla Gioventù comunista. Decide, quindi, di arruolarsi nell’Ejercito de Liberacion Nacional in Bolivia.

 

Le lotte

Il suo ‘secondo’ ritorno a casa è più tranquillo e all’insegna della produttività. In questa fase si dedica all’arte, alla scrittura, lavora alla radio, diventa anche responsabile di una cooperativa agricola, entra a far parte del partito socialista e della guardia personale di Salvador Allende.

Nel 1973 viene arrestato dopo il colpo di stato che affermò la dittatura di Pinochet. A liberarlo da una prigionia di sette mesi è Amnesty International. Dopo un secondo arresto per aver fatto teatro politico, l’organizzazione non governativa riesce a trasformare la sua condanna di ergastolo in otto anni di esilio.
Nel 1977 lo scrittore è costretto a lasciare il Cile per volare in Svezia, ma scappa in Brasile, raggiunge poi il Paraguay e infine arriva a Quito, in Ecuador. Qui, partecipa alla spedizione dell’UNESCO dedicata allo studio dell’impatto della civiltà sugli indios Shuar.
La sua permanenza in Amazzonia diventa un’esperienza indimenticabile che lo cambia per sempre, un’esperienza che rivive nella famosa opera: “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”.

 

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Salvador Allende

 

Nel 1978 decide di unirsi alla causa delle Brigate Internazionali Simon Bolivar che combattevano in Nicaragua per la libertà della popolazione.
Ma i viaggi di Sepúlveda non terminano qui: si trasferisce ad Amburgo e poi in Francia, raggiunge spesso, spinto dal lavoro giornalistico, l’Africa e l’America del Sud.
Dal 1982 al 1986 affianca Greenpeace nella lotta per la salvezza del pianeta. Nel 1996 si stabilisce a Gijon (Spagna) con la moglie Carmen Yanez, sposata ben due volte dopo un divorzio, e con i due figli.

 

Leggi anche: ‘D’amore e ombra’ di Isabel Allende: l’amore tra mistero e storia

 

La letteratura

Luis Sepúlveda ha vissuto una vita difficile, a tratti avventurosa, carica di ideali, amori e sogni. Una vita piena. Questa pienezza della propria esistenza l’ha riversata totalmente nella sua opera.
Un uomo dalla visione politica e, soprattutto, sociale estremamente chiara e costante, stabile: l’amore per il continente latino-americano; l’estrema fiducia nelle possibilità dei paesi del Sud America, incluso del suo Cile; l’idea di difesa e di salvaguardia delle realtà indigene e dell’ambiente. Tutto questo va a comporre la sua entità letteraria.
Non è errato parlare della letteratura di Sepúlveda come di una letteratura dalla forte componente autobiografica; caratteristica, questa, che appare sin dal suo primo romanzo, Il vecchio che leggeva romanzi d’amore (El viejo que leía novelas de amor, 1989). Il vecchio Antonio José Bolivar Proaño vive a El Idilio, paese sperduto e immaginario del Sud America; in una digressione racconta il suo passato burrascoso che lo porta a vivere insieme agli indios Shuar, coi i quali rimane molto tempo finché non viene esiliato. Qui troviamo innumerevoli riferimenti al vissuto dell’autore, primo tra tutti proprio l’esperienza tra gli indios Shuar.
In questa prima opera emerge un attaccamento, una vicinanza al modello del realismo magico, il cui massimo esponente è Gabriel García Márquez: stralci di vita reale si incastonano in una cornice fatta di luoghi fittizi, magici; luoghi ameni dai nomi estremamente evocativi, come El Idilio, il paese dove Antonio scopre una ritrovata quiete o El Dorado, il luogo dove va in cerca del suo tesoro, i libri.

 

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La lettura, la scrittura, diventano cardini tematici nell’opera di Sepúlveda; compaiono nei libri che il vecchio capisce di amare e che legge; nella biblioteca che i gatti del porto consultano per capire come poter aiutare la gabbianella; nel poeta che svelerà al gatto Zorba come far volare Fortunata. Si crea una sorta di metaletteratura che intensifica l’idea che chi si nutre di lettere, di parole, chi quelle parole le condivide, si fa portatore di un messaggio profondo, di cultura, di sentimenti da condividere con chiunque ne abbia bisogno.
La componente autobiografica raggiunge la sua massima espressione nell’opera Un nome da torero (Nombre de torero, 1994). Juan Belmonte è un ex guerrigliero cileno che si trova a Berlino, da poco liberata dalla presenza del Muro, dove deve recuperare il tesoro della Collezione della Mezzaluna Errante trafugato in Cile. Questa ricerca lo porterà a vari inseguimenti che lo condurranno in giro per il mondo, fino ad arrivare alla Terra del Fuoco. È lo stesso scrittore in un’intervista ad affermare che questo è stato il romanzo che tanto gli è costato scrivere ma che più gli è piaciuto.
Juan Belmonte è l’alter-ego dell’autore: combattente in Cile, un passato difficile, la vita in Germania, la voglia di ritrovare la donna amata, i viaggi in lungo e in largo. Juan diventa altresì il personaggio capace di ridonare vita a persone comuni, militi, anche ad amici dello stesso autore che l’hanno persa lottando per la democrazia in Cile.
L’opera di Sepúlveda è combattiva, militante; un’opera al servizio della “parte più decente dell’umanità”.
Ha cercato di unire la visione estetica propria dello scrittore all’etica intesa come modo di vivere tipica dell’uomo, non creando un compromesso tra queste due parti bensì un coinvolgimento reciproco.

 

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Questa forma di vivere trova fondamento nei luoghi dell’infanzia dell’autore, nel suo punto d’origine, il quartiere; un luogo dove era consuetudine la pratica dell’aiuto reciproco, dove nessuno veniva lasciato solo. Un luogo dove si racchiudeva una sorta di dimensione mitica, amena, antecedente allo scoperchiamento del vaso di Pandora.
La letteratura militante di Sepúlveda trova espressione anche nell’opera che più lo ha reso famoso, soprattutto in Italia, La gabbianella e il gatto che le insegnò a volare (La gaviota y el gato que le enseñó a volar, 1996). Un titolo per bambini, apparentemente ingenuo; ma dietro alle avventure del gatto Zorba e della piccola gabbiana Fortunata si celano temi importanti come il mutuo aiuto, la discriminazione insieme all’accettazione dell’altro diverso da noi. Non da ultimo il tema dell’ecologia, così caro all’autore militante di Green Peace, che trova piena espressione nell’immagine della pozza di petrolio che avvolge le ali della mamma di Fortunata portandola alla morte.
Alla luce di questo rapido excursus letterario, salta all’occhio l’importanza del viaggio nell’opera dell’autore cileno, che può definirsi a tutti gli effetti uno scrittore nomade. I suoi viaggi vengono ripercorsi dai personaggi che inventa; viaggi che spesso sono paragonabili a delle piccole odissee.

 

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Tirando le somme, possiamo dire che la letteratura di Sepúlveda è una letteratura viva, vera. Egli si ripropone di raccontare storie del nostro presente e per farlo ci racconta il mondo così com’è, con tutto il bene e tutto il male che esso contiene.
È un autore capace di unire cruda realtà e magica finzione. Un uomo che ha vissuto mille vite in una sola. Uno scrittore che ha tentato di far rivivere ai lettori quelle mille vite. Fautore di quello che egli stesso considerava il mestiere più antico del mondo: il raccontare storie. L’uomo e l’autore capace di accogliere l’umanità intera al di là delle sue storture, ma che, forse, non è stato completamente accolto da quella stessa umanità, ormai inaridita.

 

 

Marilisa Pendino
Giada Traini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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