Libreria Puntoacapo: il libro come bene di prima necessità ai tempi del coronavirus

A Catania c’era il colèra, sicché ognuno che potesse scappava di qua e di là, pei villaggi e le campagne vicine. […] Ma bisognava guardarsi bene dai cattivi incontri, e non accettare nemmeno una presa di tabacco da chi non si conosceva! Andando per la strada bisognava camminare nel bel mezzo, e lontano dai muri, dove si correva rischio di acchiapparsi mille porcherie; e badare di non mettersi a sedere sui sassi, o lungo i muricciuoli.
[…] In quel tempo non andavano intorno né medico né speziale dopo il tramonto; e le vicine stesse si sprangavano gli usci, per la paura del colèra, e ci incollavano delle immagini di santi a tutte le fessure.

[…] e nessuno pensò a fare la visita del morto; che ciascuno pensava alla pelle, e lo stesso don Giammaria rimase sulla soglia, quando spruzzò l’acqua santa coll’aspersorio, tenendo raccolta e sollevata la tonaca di San Francesco, – da vero frate egoista che era! – predicava lo speziale. Lui invece, se gli avessero portato la ricetta del medico per qualche medicina, avrebbe aperto la spezieria anche di notte, che non aveva paura del colèra; e diceva pure che era una minchioneria di credere che il colèra lo buttassero per le strade e dietro gli usci. – Segno che è lui che sparge il colèra! – andava soffiando don Giammaria.

G. Verga, I Malavoglia, in I grandi romanzi, a cura di F. Cecco e C. Riccardi, Mondadori, Milano 1987.

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Non è certo la prima volta che l’umanità si ritrova a combattere contro un nemico invisibile, quest’umanità che con il progresso tecnologico si credeva invincibile e che, invece, si scopre fragile, disarmata. Distratta da una vita frenetica, da una moltitudine di messaggi, non si è accorta di quanto le succedeva intorno, dai cambiamenti climatici al progressivo depotenziamento della sanità pubblica. Ora il presente ci chiede il conto degli errori che abbiamo fatto in passato, dandoci l’occasione di apprendere come non sbagliare nel futuro. Un insegnamento che, se non verrà trattenuto con forza, ci scivolerà di dosso come sabbia tra le dita.

Da Manzoni a Verga la mente corre veloce, apre i cassetti della memoria per rispolverare pagine lette nel passato, scritte in un passato ancora più lontano, quando il nemico non era il COVID 19 ma la peste, o il colera.
Preziose le storie e gli insegnamenti che possiamo trarre da questi autori, che non a caso sono i padri del romanzo storico e del verismo. Raccontandoci una storia, con lo strumento della narrazione, ci rendono partecipi di una situazione, fotografano una realtà che a distanza di secoli sembra non essere mutata, social network a parte.
La paura del contatto sociale, la caccia all’untore, la quarantena e il disagio economico. Ma anche la disinformazione e il dramma familiare, le vite spezzate prematuramente. Non è una novità per l’umanità, e non sarà di certo l’ultima volta che vivremo situazioni analoghe, magari noi no, ma i nostri pronipoti sì, con una ciclicità apparentemente incontrollabile. Proprio come chi, prima di noi, ha affrontato le grandi epidemie dell’umanità.

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Ed è proprio attraverso la narrazione di queste e altre storie che possiamo capire quali sono gli errori da non commettere. Leggendo un buon libro, svestiamo i nostri panni, usciamo per un momento dal nostro centro, il nostro punto di vista si confronta con quello dell’autore, del protagonista, rompiamo l’isolamento nella quale l’emergenza sanitaria ci ha relegato e possiamo avviare un dialogo, dentro di noi, con chi questa esperienza l’ha già vissuta. Possiamo viaggiare con la mente e sentirci un pochino meno soli e meno reclusi.

Eppure, questa panacea per l’anima che è la lettura, in questi giorni di quarantena, rischia di essere relegata a hobby, a passatempo e capriccio. Infatti viviamo in un presente dove, in un regime di isolamento, si può uscire per andare a lavorare in una fabbrica, ma non si può andare in un parco. Possiamo comprare le sigarette e l’alcol, ma alle librerie viene imposta la chiusura! E a farne le spese in questo caso sono, ovviamente, le piccole librerie indipendenti, veri e propri presidi culturali di molti territori del nostro bel-quarantenato-paese.

Ma per fortuna c’è chi non si ferma, chi difende la cultura e considera i libri “beni di prima necessità” e si adopera affinché sia possibile, soprattutto in questi giorni, l’evasione dall’isolamento, attraverso la lettura di un buon libro.

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È il caso della Libreria “Puntoacapo” che con un gesto rivoluzionario, nella sua semplice naturalezza, decide di non fermarsi e anzi, si prodiga per consegnare i libri nel comune di Pisogne, nel bresciano, provincia assai colpita negli ultimi giorni dall’epidemia, nella convinzione che il libro sia “un preziosissimo strumento di aiuto psicologico e sociale”.

Lasciamo la parola a loro, con il loro comunicato, nella speranza che sia un esempio virtuoso di come affrontare questi giorni, sia che i libri li leggiate, sia che li vendiate.
Con la speranza e l’augurio che, tra la condivisione di un post e un flah-mob sul balcone, possiate trovare il tempo da dedicare alla lettura di un buon libro!

Per leggere il comunicato, CLICCA QUI

Immagini prese da Pixabay

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