‘La mia storia è la tua storia’, l’importanza di raccontare le diversità: intervista a Jorida Dervishi

Quanto è importante raccontare le diversità? E quanto saperle ascoltare? Quanto è importante parlare di accoglienza?
In un mondo abitato da gente che teme ancora il grande e sconosciuto nemico ‘straniero’, fortunatamente c’è chi s’impegna ad accorciare le distanze dell’ignoto, trasformando le diversità in peculiarità da apprezzare e rispettare.
Oggi vi parleremo di una giovane donna in grado di fare tutto questo e lo fa attraverso il progetto editoriale “La mia storia è la tua storia” per dare finalmente voce agli immigrati.

Lei si chiama Jorida Dervishi, nata a Coriza (Albania) nel 1991. Dopo la laurea in economia aziendale presso l’Università di Tirana, approda nel 2014 a Milano per realizzare i suoi sogni. Oggi è un tutor universitario presso l’Università di Milano e un’autrice molto apprezzata.
Ed è proprio nel capoluogo lombardo che porta avanti, ormai da ben cinque anni, il suo lavoro ‘La mia storia è la tua storia’.

Noi abbiamo avuto la fortuna di conoscere, seppur virtualmente, Jorida. Fin da subito L’impressione è stata quella di aver a che fare con una personalità molto forte che tanto ha da dire sul tema immigrazione e accoglienza.
Proprio per questo motivo abbiamo deciso di intervistarla per farci raccontare la sua vita e per spiegarci meglio il suo progetto.

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Jorida Dervishi

D Laureata in economia aziendale, tutor universitario presso l’Università di Milano e autrice. Sei tante cose, ma chi è davvero Jorida Dervishi?

R Vi ringrazio tanto a nome di chi fa parte di questo progetto di vita per l’intervista e per la vostra disponibilità.
Quando devo parlare di me stessa diventa un po’ difficile…prima di tutto sono una figlia felice, (ho una bellissima famiglia, i miei genitori, il mio fratellino e il mio fidanzato, loro sono il mio supporto più grande) sono una persona semplice e socievole, una giovane ragazza che ha sempre sognato e lottato con tanta determinazione per raggiungere i suoi obiettivi.
Non mi tiro mai indietro. Sono passata come tutti credo, da sentirmi debole al vedermi una donna forte con tanta voglia di combattere. Cerco di sorridere sempre e di dare il meglio di me. Soprattutto cerco di vivere ogni giorno la parte che gli altri non conoscono, osservando tutti i paesaggi che attraversiamo, fare esperienza e godere la vita.
Sì, sono una sognatrice io…

D Sei l’autrice di un libro molto particolare ‘La mia storia è la tua storia’ che raccoglie il vissuto di alcuni migranti. Come è nata l’idea di scrivere un testo del genere?

R Due anni fa ho conosciuto un’artista americana Jackie Naile, una fotografa con la quale ho pensato di fare un bellissimo progetto qui in Italia intitolato “Crossing Over & My story is your story”. L’ho invitata a Milano, senza pensarci due volte. Io ero in contatto con dei migranti incontrati durante il percorso come animatrice culturale e, soprattutto, ero una donna migrante. Anch’io avevo una storia da raccontare.
Praticamente lei raccoglieva le storie dei migranti, (partendo dal Messico, fino ad arrivare a Milano e dopo in Calabria), in un modo particolare e bellissimo, facendo per ognuno di loro un counotype, (un metodo vecchio di fare fotografie) che poi sono stati presentati alla biennale di Venezia. E lì che mi sono detta: è perché non farlo anch’io?
Lei è una donna americana di origini italiane che voleva portare la voce dei migranti in giro per il mondo. Io, invece, una donna albanese con un sogno da realizzare in Italia.
Durante la mia esperienza come animatrice culturale, ero in contatto con i migranti e avevo raccolto e ascoltato tante storie di vita.
Durante i nostri incontri mi avevano confidato il loro vissuto e realizzai che toccava a me condividere il loro messaggio e lottare soprattutto per aprire nuovi spazi, nuove relazioni. Ogni storia vale, quando vedi impari. Lo scopo principale è quello di apprezzare il valore dell’ascolto. E così piano piano iniziai a disegnare questo progetto! Vi confesso una bellissima cosa, dopo aver finito il progetto in Italia lei tornò a New York e dopo un anno mi disse che la mia storia era stata scelta per una esibizione a Brooklyn. Il mio libro è stato visto da tutti i visitatori presenti a Photoville, Brooklyn. La prima soddisfazione, ma anche un incoraggiamento per portare avanti ciò che avevo costruito.

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D Il libro si suddivide in 3 sezioni: ‘Essere migrante’, ‘Storie migranti’ e ‘Reti migratorie’. Puoi presentarle brevemente?

R Come spiega nella prefazione Ennio Abate, una persona che mi è stata di grande aiuto, questo libro, suddiviso in tre parti (“Essere migrante”, “Storie Migranti”, “Reti migratorie”) aiuta a disintossicarsi dal veleno di un’assillante propaganda che, invece di aiutare il dialogo tra umanità residente in Italia (ma il discorso vale per tanti altri paesi toccati dalle migrazioni, spiegato nella terza parte) e umanità nomade, finisce per rafforzare muri di pregiudizi, di cliché, di paure reciproche.
La seconda sezione è il cuore pulsante del libro. Le storie formano variabili e ammirevoli composizioni, qui le schegge di vita di un certo numero di migranti (uomini, donne, ragazzi e ragazze) mostrano la verità delle loro condizioni: qualcuno prima di partire era un venditore ambulante o un soldato o un farmacista o un calzolaio o un falegname, alcuni sono fuggiti dalla guerra e altri come Maria Castiello da un Salvador dove “le bande” ogni mese cercano i soldi altrimenti ti ammazzano.
Nella terza parte vengono spiegati i campi di integrazione, gli stadi dei processi migratori, i tipi di lavoro che svolgono i migranti etc. in questa parte cerco di dare qualche esempio su come ai rifugiati o ai migranti si danno gli strumenti per adattarsi alla società ospitante, la quale fornisce un sostegno anche in termini di formazione, casa, salute, lavoro e, al contempo, valorizza e accoglie la diversità culturale. Riuscirà alla fine questa società a far parte del panorama globale della società stessa?

D Nel tuo libro ogni storia è a sé, sicuramente personale e particolare a suo modo. Ci sono degli elementi che accomunano i migranti e il loro vissuto?

R Sì, ad esempio tutti di loro vorrebbero una vita tranquilla, il ricongiungimento coi familiari lontani. Nessuno se la sente di esprimere grosse ambizioni o addirittura rivendicazioni. Esiste una impossibilità di dire apertamente quelle situazioni di malessere in cui si sono trovati.
Il confronto tra loro e la realtà comunque rimane difficile da spiegare e al di là delle buone intenzioni di chi capisce e comprende i migranti, loro si sentono in svantaggio. Lo si sente di più nelle testimonianze delle vite fragili dei ragazzi.

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D Hai riscontrato, invece, qualche analogia con il tuo vissuto personale?

R Prima di raccontare le storie degli altri ho voluto fortemente raccontare e condividere la mia. Ed è proprio per questo che il libro si intitola “La mia storia è la tua storia”. Devo confessare che non è stato facile, ma avevo come obiettivo quello di trovare qualcosa in comune tra me e loro, oltre alla parola “migrante”. Durante il nostro ‘viaggio’ ho capito che quello che ci riunisce è la volontà di adattarsi e inserirsi nella realtà del paese d’arrivo anche quando questo risulta difficile per chi appare comunque straniero.

Leggi anche: Eltjon Bida: ‘C’era una volta un clandestino’, la storia di un adolescente diventato uomo libero

D Tu sei stata molto a stretto contatto con i ragazzi. Se dovessi spiegare a un bambino (o ragazzo) il fenomeno immigrazione, tanto chiacchierato in questi ultimi tempi, come lo spiegheresti?

R A volte nella vita non siamo noi a scegliere il nostro destino, ma è il destino a scegliere per noi e questo succede a tanti ragazzi. Uno spostamento è, spesso, non il frutto di una libera scelta ma una necessità.
Loro sono soggetti appartenenti a tanti ambienti come scuola e famiglia. Guardano la realtà in un modo tutto loro, con tanti sogni. A volte mi chiedo: dove la trovano tutta questa forza? Forse loro sono la speranza per superare la paura e ricominciare da capo.

D Invece ai ‘più grandi’ che soluzioni proporresti? Cosa si può/deve fare (ma anche non fare) per aiutare queste persone in difficoltà?

R La soluzione migliore sarebbe quella di guardare queste persone e le loro storie con occhi diversi, di accettarli come sono. È molto importante, anzi fondamentale secondo me conoscere la loro cultura e le loro tradizioni.
Per due anni, durante il pomeriggio, facevo l’animatrice in un centro di cultura popolare nel quartiere in cui abitavo. Ero appena arrivata in Italia e le persone del centro mi sono stati vicino, mi hanno accettato e coinvolto nelle loro attività culturali. E anche con il loro aiuto ho aperto una scuola solo per le donne migranti, uno spazio di condivisione e accoglienza dove ognuna di loro poteva esprimere il proprio pensiero. Non era importante per me chi metteva il velo e chi no perché quando ti fai aprire gli occhi e guardi più al fondo capisci meglio la realtà, cresci…

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D Ho letto una tua affermazione molto bella e vera: “Conoscere fa passare la paura”. Sul tema migranti e accoglienza quante e quali cose sono davvero note alla gente? Come si può nel concreto diffondere questo sapere e allontanare la paura?

R Io posso dire che la STORIA UMANA è fatta di tante storie e non possiamo permetterci di giudicare i migranti senza conoscere la loro storia. Lo so che ci sono le leggi da attuare, ma c’è anche una legge morale da capire. L’umanità è la base di tutto. Assolutamente non voglio giustificare le azioni vergognose di alcuni migranti, ma non dimentichiamo che ci sono ancora uomini, donne, bambini morti, mutilati.
Io personalmente condanno le barriere (compiute dai migranti e da chi non viene considerato migrante) perché questa parola non conosce confine o il colore della pelle. Non crediamo per favore a tutto quello che ci viene detto, cerchiamo per un momento di riflettere. Un giorno uno dei corsisti mi dice: “Jorida noi veniamo in Italia per migliorare le nostre vite e non per distruggerle…”. Questa frase mi è rimasta impressa nella mente…

D Tu collabori con la collettiva Migrantas, ti va di parlarne un po’?

R Quando ho iniziato a disegnare questo progetto non pensavo all’impatto che avrebbe potuto avere, ma dentro di me credevo e speravo di aprire nuovi spazi. Così iniziai a raccontarlo a chi conoscevo. Un giorno una mia amica Yulia mi mette in contatto con la fondatrice del Migrantas.com. (con sede a Berlino) lei si chiama Marula Di Como e da ormai 20 anni tira avanti questa organizzazione insieme alle sue compagne. Una di loro è italiana, si chiama Francesca.
La loro missione sociale e le loro attività si basano nel rappresentare le storie dei migranti tramite l’arte, le pitture e i pittogrammi mettendoli nelle strade delle città, quindi negli spazi urbani. Per la prima volta loro, tramite questo mio lavoro La mia storia è la tua storia, portano anche in Italia delle testimonianze.
Queste storie insieme alle altre che sto raccogliendo ancora (una parte del progetto va dedicato alle storie della diaspora albanese) faranno parte della seconda edizione del libro che poi verrà distribuito in tutte le librerie.

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D Jorida si sente una straniera qui in Italia o ha trovato un suo posto?

R In ogni viaggio c’è un punto di partenza che lungo la strada si può dividere in spazi e destini diversi e che, comunque, diventano comuni finché dividiamo lo stesso territorio. Io personalmente ho trovato il mio posto in questo paese, sicuramente lavorando e cercando di comprendere l’ambiente in cui mi trovo ogni giorno. La cosa più bella è che ho deciso di percorrere la mia strada non da sola, ho costruito i miei desideri insieme agli altri, anche se non sempre è stato possibile.
E adesso vorrei condividere questo progetto con tutti. Sì, mi sento cittadina del mondo. Una persona nomade che ha voglia di conoscere e imparare. Sicuramente mi sento inserita nella società italiana, mi trovo in Italia da cinque anni. C’è ancora tanta strada da percorrere…

D La copertina del tuo libro presenta questa frase: Un libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni…quanto è importante oggi questo oggetto?

R Personalmente penso che tutt’oggi sia uno strumento di cultura e di conoscenza. È un oggetto importante perché non parla, ma dice tanto. Non a caso l’ho scelto per rappresentare il mio lavoro.
Il libro è stato e sarà per sempre il mio compagno di questo viaggio. Ho sempre creduto in questo oggetto…adesso più che mai perché lì dentro non c’è solo il mio sogno, ma anche i sogni di chi ha creduto e affidato la sua storia di vita.

 

 

 

Foto di Jorida Darvishi e Pixabay

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