‘Il diavolo nella mia libreria’ di Alfredo Panzini: conversazione con il demonio

Oggi parleremo del libro ‘Il diavolo nella mia libreria’ di Alfredo Panzini, ma prima (e come di consueto) qualche informazione sullo scrittore:

Alfredo Panzini, scrittore, lessicografo, critico letterario e docente, nasce a Senigallia il 31 dicembre del 1863.
Dopo aver trascorso la sua infanzia a Rimini, si trasferisce a Venezia per studiare presso il Convitto Nazionale Marco Foscarini. Diplomatosi nel 1882, si iscrive alla facoltà di Lettere dell’Università di Bologna e fu allievo di Giosuè Carducci e Francesco Acri.

La sua tesi di laurea, sul poeta Teofilo Folengo (1491- 1544), divenne la sua prima pubblicazione dal titolo “Saggio critico sulla poesia maccheronica” (1887). Dopo questo primo traguardo inizia la sua professione di docente in diversi ginnasi d’Italia.
Il 28 luglio 1890 sposa la pittrice Clelia Gabrielli (1867- 1954) e dal matrimonio nascono: Emilio (1892), Pietro (1896), Umberto (1900) e Matilde (1908).

Il romanzo di esordio del Panzini fu “Il libro dei morti” (1893), seguirono poi “Gli ingenui” (1896) e “la Moglie nuova” (1899). Le opere dello scrittore rispondevano perfettamente ai canoni della narrativa realistica del secondo Ottocento, esplorando vicende di vita quotidiana che vedevano come protagonisti i piccoli borghesi. Ma le sue pagine sono famose anche per la celebrazione dell’ideale di vita rurale e per un certo pessimismo nei confronti dell’Italia unita (1861).
Con la fine del secolo iniziarono le sue collaborazioni con riviste e giornali, fra cui La Nuova Antologia, La Rivista d’Italia e l’Illustrazione Italiana.

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Alfredo Panzini

Nei primi anni del Novecento Panzini si dedica alla produzione novellistica: “Piccole storie del mondo grande” (1901), “Lepida et tristia” (1901-1902) e “Trionfi di donne” (1903).
Lo scrittore torna a narrare storie di vita quotidiana, spesso ambientate a Milano, ma inizia ad abbandonare quel suo sentimento pessimistico.
Fu il romanzo “La lanterna di Diogene” (1907) a suscitare l’attenzione di critica e pubblico. È il racconto di un viaggio in bicicletta da Milano a Bellaria, una fuga dalla costrizione della città verso la campagna libera. In quest’opera inizia a prendere forma la vera penna di Panzini caratterizzata da reminiscenze personali e ricordi storico-letterari.

Con la guerra alle porte, lo scrittore continua a scrivere. Pur assumendo una posizione neutrale, crea opere in forma diaristica per poter esprimere i suoi pensieri circa le atrocità della guerra. Nascono così: “Il romanzo della guerra nell’anno 1914”, “Diario sentimentale della guerra” diviso nei due volumi dal luglio 1914 al maggio 1915 e dal maggio 1915 al novembre 1918.
Nel 1918 si trasferisce a Roma, dove continua la sua professione di docente. Nel dopoguerra le sue collaborazioni con le testate si intensifica, scrivendo per La Voce, Il Marzocco, L’Italia che scrive, Il Resto del Carlino, il Corriere della sera, La Tribuna.

Nel 1925 fu nominato letterato ‘di regime’. Nello stesso anno firma il manifesto degli intellettuali fascisti redatto da Giovanni Gentile.

Negli anni Venti Panzini pubblica: “Il diavolo nella mia libreria” (1920), “Il padrone sono me!” (1922), “Romanzo d’altri tempi” (1925).
Continuò a privilegiare il romanzo, tuttavia sempre più lontano dagli schemi narrativi tradizionali. Infatti lo scrittore aveva ormai capito che lo stile romanzesco dell’Ottocento non era più utile a descrivere l’uomo Novecentesco e le sue crisi.
Conservò la forma esterna del romanzo tradizionale pur smantellandola dall’interno attraverso continue digressioni, confessioni, riflessioni, al centro delle quali rimane sempre la figura dell’autore.
Panzini, dunque, è stato uno scrittore in grado di mantenersi in equilibrio tra il raccontare la tradizione e il ricercare forme stilistiche nuove per farlo, tra la descrizione e la celebrazione della vita lenta di campagna e quella caotica delle città.

Muore a Roma il 10 aprile 1939.

Curiosità

Nel 1905 curò il Dizionario moderno. L’obiettivo era quello di proporre parole che non si trovavano negli altri dizionari, in particolar modo i neologismi entrati nella lingua italiana.

Sempre nel 1905 si registra un particolare progetto teatrale dello scrittore: La giovinezza di Leopardi, ma l’opera non andò mai in scena.

Nel 1929 fu nominato accademico d’Italia nella classe di lettere, dove ricoprì il ruolo di maggior esperto in materia di lingua, neologismi e forestierismi.

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Il libro

Parliamo ora del libro. Quella che ho io è la seconda edizione pubblicata nel 1921 da Mondadori e raccattata quasi per caso, ma con grande piacere, in una libreria. Si tratta di un piccolo libro di circa 184 pagine in cartoncino flessibile.

Premetto che del Panzini questa è la prima opera che leggo. Non so dire se Il diavolo nella mia libreria può essere considerato il libro che esprime al meglio l’arte dello scrittore romagnolo. Ma a me sembra proprio, e lo posso affermare con discreta sicurezza, che tra queste pagine ingiallite vengano fuori i tratti più forti dell’uomo/scrittore citati sopra.
La penna del Panzini era una penna dedita a quel tipo di romanzo che pur mantenendo le sue classiche caratteristiche, presentava di tanto in tanto qualche novità (digressioni, confessioni, riflessioni…ricordate?). Bene, questo è proprio quello che emerge chiaramente dall’opera analizzata oggi. Ma vediamo insieme di cosa parla.

Trama

La povera zia Laurina è morta. Al nipote, che andava spesso a trovarla, spetta una singolare eredità: il gatto Tombolino (portato a casa più per evitargli una vita randagia che per volontà della defunta) e un cassone di abete pieno di vecchi libri ammuffiti il cui valore ammonta a Lire 8.

Portato tutto a casa, il nipote si ritrova a scandagliare avanzi di filosofia, morale, teologia e scienze.
Cosa fare di queste memorie colte dalle quali ormai vien fuori un tanfo di roba marcia?!
Come prima soluzione l’erede pensa di rivendere questi volumi, un tempo belli ed eleganti, a qualche libraio, ma dato il cattivo stato in cui essi riversano nessuno li vuole comperare.
La mente propone una seconda soluzione: bruciare tutto e farne un bel falò, ma il cuore nobile del nipote non se la sente di mandare al rogo quel sapere appartenuto alla zia e, cosa meno nobile, ha un gran timore di veder uscire dalla vampata l’anima risentita di Laurina.

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Non gli rimane altro che tenere quella ‘fortuna’ con sé. Ed ecco che a sua insaputa si ritrova a diventare bibliofilo e a catalogare tutti i testi per poterli sistemare con puntiglio negli scaffali.
Questa attività offre l’occasione al lettore di ripercorrere insieme al protagonista e allo scrittore la storia dalla Rivoluzione Francese fino agli anni Venti del Novecento, puntando l’occhio sui cambiamenti sociali che caratterizzarono l’epoca (e prendendo spunto per riflettere sui cambiamenti che caratterizzano la società odierna).
Ma non solo, la classificazione dei libri offre anche la possibilità di selezionare e leggere un assortimento di credenze religiose e popolari che scombussolano, e non poco, il protagonista.
Sì, perché la povera zia, come è stato detto sopra, aveva raccolto molti testi sulla religione e sulla morale, testi che affrontavano la fatale figura del demonio e tutto quello che lo riguardava: dalle sue manifestazioni lussuriose ai suoi molteplici inganni, suggerendo anche le necessarie soluzioni per difendersi.

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Pian piano il protagonista entra sempre più in contatto con questa infida figura, tanto da diventare ‘compagni e confidenti’. Il diavolo, facendo tuonare la sua voce dalla libreria che prende sempre più forma, intrattiene con il giovane dei veri e propri dialoghi, offrendo riflessioni interessanti sulle cose della vita.
Ma a differenza di quanto si dice nei testi inquisitori della povera zia (testi che esistono veramente!), il diavolo è un tipo sarcastico e a tratti simpatico. Ad esempio, quando il protagonista si ritrova a riflettere sull’importanza del lavoro come motivo di realizzazione per l’uomo, il diavolo gli suggerisce invece un’altra visione (anch’essa validissima): il lavoro non è cosa buona perché avvelena la mente e il cuore degli uomini, d’altronde è stato inflitto a l’uomo come castigo!

Scientia an diabŏlus?

Lo scenario che si crea vede, dunque, un protagonista impegnato a cercare di capire la vita e la società e un diavolo che alberga in quel luogo del sapere che è la libreria per aprire gli occhi all’essere umano sulle cose che per sua natura non è portato a intendere fino in fondo.

Panzini era uomo del suo tempo, abbiamo detto che fu nominato letterato di regime e, infatti, si può scorgere tra le righe un chiaro patriottismo malinconico, ma tralasciando questa sua leggera sfumatura (a noi interessa l’opera che non è attanagliata da appassionati vincoli politici), è possibile godere della semplicità, dell’arguzia e dell’ironia che dominano ogni singola pagina. La lettura veloce e dinamica che il libro concede, si arresta di tanto in tanto su quei passaggi di elaborazione molto interessanti:

“Mi parve di capire la necessità delle rivoluzioni. Noi abbiamo bisogno di distruggere; altrimenti con tutte quelle leggi accumulate in tanti secoli, gli uomini si confondono la testa.”
E ancora: “Archimede era un rivoluzionario sul serio perché domandò un punto d’appoggio fuori dal mondo. Anche Gesù Cristo domandava un punto d’appoggio fuori dal mondo; e fu ucciso! Forse non è permesso di essere rivoluzionari sul serio”.

– pp. 34-35

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Il diavolo nella mia libreria è un testo molto concreto, ma non vuoto. Un’interessante conversazione con il demonio e con se stessi, con l’uomo e il maligno fino a confondere le parti, a unire bene e male, spirito e carne, sapere e credenze popolari.
E lo scrittore (chissà se volutamente) lascia alla fine un dubbio accattivante nella mente del lettore:
Ma si ha a che fare davvero col diavolo? O ci si trova davanti alla coscienza e al sapere che stufi di essere spesso censurati (fin dai tempi dell’Inquisizione) decidono finalmente di emergere con una forza paragonabile solo a quella demoniaca?

A voi lettori la scelta…

 

 

 

Immagini di Pixabay

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