Mare di papaveri (Sea of Poppies)

Mare di papaveri (titolo originale: Sea of poppies) è un romanzo dello scrittore, giornalista e antropologo indiano Amitav Ghosh. La prima edizione è stata pubblicata il 14 ottobre 2008 e il libro è il primo di una serie che ha catturato l’attenzione di milioni di lettori: la trilogia Ibis.

La Ibis è una goletta a due alberi abitata da un equipaggio di lascari, i leggendari marinai del Pacifico appartenenti alle etnie più disparate: cinesi, africani, arabi, bengalesi e tamil. I lascari parlano un lingua tutta loro, sono considerati dei reietti e vengono trattati come bestie dall’anima perduta, tanto che la loro condizione di individui smarriti viene delineata molto bene dalle vesti che essi portano: piccole strisce di tessuto intorno ai fianchi per coprire solo il necessario. La Ibis si muove nell’Oceano Indiano verso le isole Mauritius trasportando un carico di schiavi e ben presto le tavole della nave diventeranno palcoscenico di scontri, atrocità e della più cruda umanità.

Trama

Siamo nell’India del XIX secolo, quella massacrata dalla guerra dell’oppio. In questo scenario che trasuda fin da subito l’odore acre di vizi e povertà, le storie di personaggi apparentemente lontani gli uni dagli altri s’intrecceranno per caso e per destino. Il mulatto americano Zachary Reid si trova al comando del veliero Ibis, ex nave negriera acquistata dalla compagnia Burnham Bros per il commercio dell’oppio dall’India alla Cina. La giovane contadina, Deeti, che vive in una zona del Bihar occupata dagli inglesi per la coltivazione dell’oppio, scopre di avere concepito la figlia Kabutri con il fratello del marito a sua insaputa e con la complicità della suocera. Dopo la morte della madre, Jodu, un ragazzino barcaiolo del delta del Gange, torna in città per cercare una ‘non’ sorella speciale, la francese Paulette, figlia orfana del conservatore dell’orto botanico di Kolkata. La dolce orfana francese è stata accolta a casa di Mr. Burnham, il titolare della compagnia commerciale che pretende dal raja Neel Rattan Halder la restituzione delle somme che gli ha anticipato, quest’ultimo per coprire il debito sarà costretto a vendere le terre di famiglia.

Hukam Singh, il marito di Deeti, ha un malore durante il lavoro nella fabbrica d’oppio. Il saldo del suo stipendio è a malapena sufficiente per rimborsare l’anticipo già ricevuto. Il cognato offre alla moglie di suo fratello di rinunciare alla propria parte della futura eredità in cambio di prestazioni sessuali, ma Deeti rifiuta. Sempre più prossima a una vita che si prospetta senza marito, senza sostentamenti e in preda ai più bassi istinti del cognato, l’unica via d’uscita che le rimane è il ‘sati’, l’autoimmolazione rituale sulla pira funeraria del marito. Ma all’ultimo momento viene salvata dal compaesano Kalua, considerato da tutti lo scemo del villaggio. I due legheranno per sempre i loro destini fuggendo lungo il Gange verso Kolkata.
La nave Ibis intanto raggiunge Bethel, la proprietà di Burnham, e quasi investe la piccola imbarcazione di Jodu. Paulette, che assiste all’incidente, riconosce l’amico fraterno, Zachary Reid gli offre di assumerlo a bordo come risarcimento per la distruzione del suo veliero.

I protagonisti di questa storia si ritroveranno ben presto tutti riuniti sulla Ibis per diversi motivi e rivestendo svariati ruoli: Zachary come terzo ufficiale, Jodu come lascaro, Neel come deportato, Deeti e Kalua come ‘girmitiya’, Paulette clandestina. Il viaggio in mare aperto inizia e tensioni e incomprensioni vengono subito a galla. Tra gli ufficiali non scorre buon sangue e la disciplina viene mantenuta con terrore e soprusi.
Le cose precipitano con l’avvicinarsi di una turbolenza meteorologica. Morte, paura e segreti finalmente svelati, gettano nel caos più totale la nave. Ed è proprio in questo clima confuso e agitato che l’autore obbliga il lettore a un crudele fermo immagine, ma è solo una breve pausa che aprirà più avanti la strada al secondo capitolo della trilogia: Il fiume dell’oppio.

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Un libro denso di storie e di vite

La storia di questo libro è davvero particolare e lo è ancor di più il modo in cui ne sono venuta in possesso. È successo qualche anno fa, durante una spensierata passeggiata nei vicoli di una Roma afosa e caotica. Una fila lunghissima di bancarelle di libri usati costeggiava tutta la via, mi avvicinai assorta nei miei pensieri in quella che mi sembrava avere copertine più interessanti. Spulciando quasi senza voglia tra i cumuli di libri ammassati senza alcun criterio, mi capitò tra le mani questa edizione particolare di Mare di papaveri (edito da Neri Pozza Editore). A colpirmi è stata prima di ogni altra cosa la copertina: una figura stilizzata, forse uomo o forse donna, senza alcune caratteristiche particolari se non sei papaveri rossi disegnati al petto. Successivamente, presa dal mio terribile vizio di ricerca, ho scoperto che quella enigmatica copertina porta la firma di Francesco Clemente, genio visionario della pittura italiana.

Nessun titolo, nessuna frase, nessuna quarta di copertina e nessuna pretesa. D’istinto comprai il libro e me lo portai di corsa a casa, ma stranamente non lo lessi subito come invece mi è successo tante volte con altri libri. No, Mare di papaveri è rimasto chiuso su una mensola per tanto tempo con la sola compagnia degli acari della mia stanza in affitto. Solo qualche mese fa (e chissà per quale strano motivo) presi il libro e iniziai prima a sfogliarlo poi a leggere la prima riga della prima pagina. Da quel momento ho letto queste straordinarie avventure tutte d’un fiato ogni volta che gli impegni e la vita me lo permettevano.
All’improvviso capii: Mare di papaveri è un libro troppo denso di storie e di vite per essere letto in qualsiasi momento. È lo stesso libro che decide quando sei pronto a immergerti in un’avventura piena di drammi e di colpi di scena. La realtà non può e non deve interferire con le pagine di una realtà altra, la mente non può essere piena di appuntamenti e di impicci quotidiani.

In attesa di compiere nuovi viaggi

Mare di papaveri è il classico libro che richiede tempo per essere apprezzato nella maniera corretta. Questa è una condizione necessaria per potersi immergere completamente nella sua narrazione e raggiungere le terre dell’India, avendo così l’occasione di conoscere costumi e umori molto lontani da noi. Amitav riesce a inserire tra le righe nere tutti i colori e i profumi di una civiltà particolare ambientandola nel XIX secolo. Un libro perfetto dalla scrittura semplice e affascinante. Tra le sue pagine si percepisce lo stile concreto del giornalista e quello attento e capace di divulgare un sapere antico tipico dell’antropologo, il tutto unito dalla narrazione scorrevole e mai banale di una penna abile a tradurre memorie e tradizioni del proprio popolo.

L’affermato talento di Ghosh non ha bisogno di ulteriori spiegazioni, va invece sottolineato il prezioso lavoro di traduzione nella versione italiana. Nel caso di questa particolare edizione, i traduttori A. Nadotti e N. Gobetti sono stati in grado di interpretare con grande rispetto il testo. Molte frasi, infatti, sono state lasciate in lingua (in particolar modo nei dialoghi) senza aggiungere fastidiose note esplicative. Quello che ne viene fuori è un interessante miscuglio di cultura e dialetti che obbligano il lettore a calarsi nei panni dei personaggi, il risultato finale non è solo un semplice testo da leggere, ma una testimonianza, seppur romanzata, di una realtà altra.
Non è la prima volta che Neri Pozza Editore rivolge il suo sensibile sguardo alle penne straniere e alle loro particolari storie, creando singolari esperienze su carta.
Anche a me (come a tanti altri prima) la Ibis ha concesso di salpare verso le criptiche acque di un emblematico ‘Sea of Poppies’. Un’edizione particolare ricca di emozioni che con casuale prepotenza si è fatta trovare dai miei occhi per essere letta ancora una volta in attesa di compiere nuovi viaggi.

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